L’eterologa per le donne che aspettano troppo a fare un figlio

Eterologa per le donne che aspettano troppo a fare un figlio

(articolo pubblicato su D.it)

Crisi, lavori precari, ricerca di un equilibrio spesso fanno sì che una coppia aspetti troppo a fare un figlio. Per questo a rivolgersi ai centri di fecondazione assistita sono soprattutto le primipare “attempate”. Ne parliamo con una sessuologa e una ginecologa e poi ascoltiamo le storie di due donne che sono diventate mamme con l’eterologa

Eterologa per le donne che aspettano troppo a fare un figlio

A rivolgersi ai centri di fecondazione medica assistita sono soprattutto le primipare “attempate”. A confermarlo è la relazione annuale del mistero della Salute, pubblicata a luglio (con i dati del 2012): le aspiranti mamme che si sottopongono ai trattamenti hanno un’età media di 36 anni e mezzo. “Sono sempre di più le donne che arrivano ad una piena maturazione dell’idea di volere un figlio dopo aver avviato la loro carriera e cercato una sorta di stabilità economica. Dopo i 35 anni si entra però in fascia di età socialmente giovane ma biologicamente “vecchia”, in cui si riducono le possibilità di successo di una gravidanza spontanea in relazione alla grande diminuzione delle potenzialità riproduttive. E spesso la strada della fecondazione eterologa, ovvero l’utilizzo di gameti maschili e/o femminili o di embrioni di soggetti esterni alla coppia, sembra essere l’ultima percorribile” spiega Maria Claudia Biscione, psicosessuologa presso Ospedale Israelitico di Roma. Ma perché sempre più coppie decidono di tardare il concepimento di un figlio? Ne abbiamo parlato con la sessuologa e con la ginecologa Valentina Berlinghieri specialista presso il centro Cermer di Villa Mafalda a Roma.

Dal punto di vista psicologico, quali sono gli elementi che motivano questa tendenza?
“Innanzitutto le problematiche sociali inerenti al lavoro e agli assetti economici sempre più precari, che costringono le coppie che hanno un progetto familiare a doverlo rimandare in attesa di una migliore concretizzazione lavorativa e certezza economica”, spiega Biscione. “La garanzia di un “minimo indispensabile”, base necessaria per allargare il nucleo, che una volta per i giovani era certamente di maggiore accessibilità, oggigiorno diviene di per sé un obiettivo di difficile realizzazione. L’autonomia personale, fatta di una casa e di una stabilità professionale, sono mete raggiunte ormai con grande fatica e a fronte di grossi sacrifici, che inevitabilmente rischiano di boicottare la conseguente possibilità di mettere in cantiere anche un figlio”.

Che ruolo gioca il cambiamento dell’identità femminile e dei rapporti con l’altro sesso?
“Primario, senza dubbio. In modo sempre crescente, infatti, le donne hanno ridimensionato l’urgenza di diventare madri e “sistemarsi”, per lasciare spazio ad una serena volontà di vivere le esperienze affettive più con l’idea di stare bene che non quella di concretizzare subito in giovane età una famiglia”, afferma la psicosessuologa. “Il desiderio e la necessità, inoltre, di una propria affermazione professionale ha di fatto spostato sempre più in avanti l’idea concreta della maternità, ponendolo come un obiettivo da raggiungere successivamente ad una realizzazione in quanto donna e lavoratrice. Tutte queste motivazioni consapevoli, ma a volte anche inconsce, di fatto portano sempre più le coppie a maturare tardi la scelta di concepire un bambino, alimentando il rischio di trovarsi nell’impossibilità di farlo, perché a vari livelli non sono più fertili”.

Quali sono i maggiori problemi d’infertilità che si riscontrano nelle over 35 anni?
“Operando nell’ambito della Medicina della Riproduzione, concordo che un tale ritardo o rinvio al programma di una gravidanza per i già citati motivi spesso dopo i 40 anni aumenta il tasso d’infertilità” dice Berlinghieri. “Tra le cause d’infertilità di coppia, femminili (40%) e maschili (30%), dominano quelle anatomiche congenite, acquisite, ormonali, chirurgiche ed immunologiche; nel restante 30% non è possibile risalire ad una causa specifica (idiopatica). Tutto ciò determina una riduzione della qualità sia ovocitaria che spermatica nella coppia”.

Quando si ricorre all’eterologa?
“Nel momento in cui su ha un assoluto depauperamento del pool dei gameti femminili o maschili, come nella menopausa precoce ed azoospermia da cause genetiche, sistemiche, autoimmuni, oncologiche, infettive, chirurgiche, età materna avanzata e dopo ripetuti insuccessi con tecniche di riproduzione assistita con ovociti o spermatozoi propri si ricorre a tale tecnica” spiega la ginecologa.

Quali sono le percentuali di successo di gravidanza?
“Con le tecniche di PMA, procreazione tecnica assistita, secondo i dati 2011 del Ministero della Salute, sotto i 35 anni è del 30%, tra i 35-40 è del 25%, dopo i 40 scende al 15%. Con l’eterologa, invece, la percentuale è invariata in base all’età e si attesta sul 60% (dati della rivista internazionale Fertility e Sterility del 2007). Tale percentuale così significativa, può comunque mutare per le possibili complicanze ostetriche materne, che in età avanzata determinano un aumento d’insorgenza di maggiori patologie,” commenta l’esperta. “Qualunque sia la tecnica utilizzata, ricordo che la percentuale di successo di gravidanza per ogni tentativo effettuato, dipende comunque dalla qualità dei gameti, dal tipo di stimolazione effettuata e dall’esperienza degli operatori”.

Quali sono gli aspetti emotivi che vengono messi in campo quando si effettua una fecondazione eterologa?
“Non è una scelta “scontata” e facile: dipende molto anche da chi è il partner infertile. La donna che protende per un’ovodonazione ha certamente il vantaggio di portare in grembo il bambino e instaurare da subito con naturalezza un rapporto esclusivo, ma deve comunque fare i conti con “l’altra madre biologica”. Per un uomo, che alimenta il suo amore paterno successivamente, è, invece, molto importante che abbia sanato, prima di tale scelta, la sua frustrazione e il suo vissuto dell’infertilità come “identità impotente”, per non ricorrere in quella definita come “sindrome di Giuseppe”” spiega la sessuologa. “Inoltre, l’idea di un patrimonio genetico esterno alla coppia, in generale, può causare psicologicamente molte resistenze, dubbi e paure nel trovarsi di fronte ad un individuo “estraneo”, problematico e sconosciuto. Per questo motivo è fondamentale che la coppia si confronti a lungo (meglio se con un esperto), esplicitando insieme con sincerità tutte le possibili incertezze, sforzandosi soprattutto di ipotizzare gli eventuali e possibili nodi emotivi che nel futuro si potrebbero presentare. Non dimentichiamo, infine, l’imponente costo economico che comporta la realizzazione di tale progetto, che di fatto costringe la coppia ad innumerevoli sacrifici e limitazioni”, dice Biscione.

MAMME GRAZIE ALL’ETEROLOGA
Ecco due storie di chi è riuscita a realizzare il sogno di avere un bambino grazie a questo tipo di fecondazione.

Patrizia, 41 anni, Genova

“Luca è più piccolo di me di otto anni, eppure la nostra storia continua a durare da sette. All’inizio non ne voleva sapere di volere dei bambini: la situazione della sua famiglia di origine è disastrosa e poi era troppo piccolo per vedersi come padre. Così ho aspettato, ho accantonato il mio desiderio sperando che il tempo gli facesse cambiare idea. Negli anni ogni tanto ho provato a tirarlo fuori, ma senza troppa convinzione: ho continuato ad assecondarlo per paura di perderlo. Due anni fa mi sono risvegliata al mio bisogno materno, ero finalmente pronta, ma la vita mi ha messo davanti ad un ennesimo ostacolo: menopausa precoce, nel giro di un anno. A quel punto l’unica via era l’eterologa. Con tutte le mie forze ho parlato seriamente con Luca, che questa volta mi ha detto sì, voleva anche lui un figlio. Ora aspettiamo Greta e non ci siamo mai sentiti così uniti e felici”.

Francesca, 38 anni, Firenze
“Sono sposata con Piero da quasi dieci anni. Per i primi tre anni di matrimonio i figli non sono stati la nostra priorità: lui era nel pieno della sua carriera, io pensavo che ci sarebbe stato tempo, volevo fare ancora tante cose noi due da soli. Poi ho perso mia madre e questo lutto mi ha fatto sentire quanto la vita va vissuta a fondo, senza mai procrastinare. Decidiamo di provarci, ma io non riesco a restare incinta. Ci sottoponiamo entrambi a delle analisi e viene fuori che mio marito, a causa del varicocele, ha una scarsa produzione e funzionalità degli spermatozoi. Decide di operarsi, a seguire una cura: passa un altro anno e noi continuiamo a tentare, ma nulla. Di nuovo le analisi e stavolta sono io che ho in caduta libera la riserva ovarica. Ci affidiamo alla fecondazione assistita con tecnica ICSI per ben tre volte, senza risultati. Non ci resta che volare in Spagna, dove facciamo l’eterologa completa con l’utilizzo di gameti maschili e quelli femminili. E’ stato un percorso travagliato, pieno di emotività e di timori, ma che ci ha avvicinato ancora di più e finalmente ci ha reso genitori di un bimbo bellissimo, Matteo. E’ la più grande gioia della nostra vita e visto che desideriamo che abbia una sorellina, ora siamo in attesa dell’adozione di una bimba cinese, che spero sia presto a casa con noi”.

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