DA SOLA NON CI SO STARE

 
DA SOLA NON CI SO STARE (pubblicato su D.it)

Il detto “meglio soli che male accompagnati” non funziona per tutte. Perché c’è chi vive la singletudine come “vuoto” da riempire assolutamente. Come? Cercando sempre un nuovo fidanzato appena si chiude una storia, sposando il motto “chiodo schiaccia chiodo”. Oppure continuando a stare in una relazione che fa acqua da tutte le parti, accontentandosi di un compagno che a conti fatti non soddisfa. L’incapacità di vivere senza avere un uomo accanto, spesso nasconde paure inconsce e crea forti dipendenze che vanno al di là dei sentimenti: non si ha la forza di prendersi cura di sé e quindi ci si affida all’altro, incondizionatamente. Ne abbiamo parlato con la psicoterapeuta Maria Claudia Biscione (www.sessuologiaclinica.com) per capire da dove nasce questo atteggiamento malsano e la strada da percorrere per poterne uscire. Perché imparare a stare da sole non solo è possibile per chi non l’ha mai sperimentato, ma si può provare a farlo anche con grande serenità e soddisfazione.

Cosa spinge una donna a restare in un rapporto che non va, pur di non ritrovarsi senza un compagno?
“In inglese si utilizzano termini differenti per identificare tutte le sfumature della solitudine: ad esempio, ‘solitude’ e ‘loneliness’, che si riferiscono rispettivamente al piacere e al dolore provati in questa condizione. Se l’accezione che diamo allo stare da soli è sempre vissuta con un senso negativo, di esclusione dagli altri e di privazione dei rapporti, inevitabilmente questo status diventa deprimente e deprivante del benessere personale. In questa ottica, il fatto di non stare in coppia squalifica la nostra autostima e rafforza la pessima convinzione “io non sono amabile”. Ed è proprio in queste condizioni emotive che si fa strada il compromesso sentimentale “con chiunque, piuttosto che sole”.

Che tipo di donne sono? E come vivono le loro storie?
“Anche se appaiono autosufficienti ed efficaci nella vita lavorativa, possono essere fragili, insicure e considerano lo stare in coppia come la massima realizzazione della propria identità. È ovvio che chi accetta, di solito inconsciamente, rapporti mediocri e non soddisfacenti pur di non sentirsi sola, di fatto non sta decidendo veramente ma, piuttosto, si sta facendo scegliere dalle situazioni e dalle persone che incontra. Lo stare in coppia, quando è un bisogno ossessivo, diventa un luogo claustrofobico più che un’oasi di felicità. Ci si piega a una sorta di ricatto emotivo, fingendo con se stesse che va bene così, anche se non si è innamorate, anche se non si è soddisfatte del partner. Perché l’alternativa, cioè l’essere single, fa troppa paura ed è più difficile e faticosa da gestire rispetto a questo compromesso. Il rischio è di trascinarsi in una relazione grigia, dove l’unico aspetto positivo è la “cuccia”, che protegge dalle proprie paure”.

Perché per loro è così difficile stare da sola?
“Di base perché non si è mai fatta l’esperienza dello stare da sole. Per esperienza intendo contrastare la paura, imparando davvero a trovare il piacere del contatto con sé e dell’auto-accudimento. Spesso queste donne passano da un rapporto all’altro e confondono le brevi pause con “l’aver fatto la prova” della singletudine. A volte l’enfasi che si dà allo stare in coppia, oltre a essere un naturale bisogno, è dato anche da molti fattori culturali: l’essere realizzata a 360°, soprattutto se sei una donna, prevede anche avere una relazione sentimentale. Questo crea inevitabilmente l’idea della coppia come un obiettivo “obbligato” da raggiungere e, che se non realizzato, accresce l’ansia e un senso profondo di inadeguatezza. Da qui l’idea fuorviante che la vita a due è sempre più bella e più facile, mentre quella del single richiama subito a un grigiore, a una noia e a uno svuotamento di attività e obiettivi da poter realizzare. In realtà sappiamo molto bene che, spesso, le maggiori affinità e coesioni avvengono più facilmente fuori dalla coppia (con gli amici, ad esempio) che, invece, necessita di continui accomodamenti e compromessi a volte faticosi”.

Spesso queste storie nascondono delle dipendenze…
“Parliamo di dipendenze affettive quando il normale bisogno di empatia, approvazione, conferma, comune a ognuno di noi, si trasforma in un’esigenza imprescindibile e ansiogena. In questi casi, la persona ha spesso difficoltà a riconoscere i propri bisogni e comunque li subordina a quelli dell’altro, così da garantirsi il più possibile delle attenzioni e delle cure. Questo crea un’assenza di equilibrio e di reciprocità affettiva nella coppia, che tende a far aumentare nel “dipendente” stress e malessere psicologico. Le donne che vivono l’amore in questo modo sono le più terrorizzate a stare da sole: si sentono indifese, senza confini e senza struttura. E’ una condizione emotiva ingestibile, che le porta a comportamenti sottomessi e comunque di estrema adattabilità (apparente e ovviamente non profonda) pur di mantenere la relazione”.

Come se ne esce?
“Lavorando su se stesse, anche con un supporto psicoterapeutico, se la situazione è più disfunzionale. Altrimenti, si può imparare a visualizzare con immagini positive le varie potenzialità di un’intimità tra sé e sé. Ci si deve “allenare” all’ascolto dei propri bisogni, per capire come accudirli, senza delegare agli altri la loro realizzazione. Solo attraverso l’auto centratura ci si può conoscere per davvero e vivere in equilibrio. E una volta raggiunta la comprensione di sé, allora sarà più facile saper scegliere chi si vuole veramente al proprio fianco”.

Insomma, imparare a stare da sole fa molto bene. Quali sono i motivi?
“Quando la nostra energia vitale è tutta concentrata in una relazione sentimentale, ne rimane poca per un giusto contatto con se stesse e per dedicarsi con risolutezza al raggiungimento dei propri obiettivi. Quindi stare sole può aiutare a focalizzare e a realizzare, proprio perché le energie vengono veicolate in modo produttivo e preciso. Questo tipo di funzionamento attiva una determinazione circolare positiva: il benessere e il senso di adeguatezza si rinnovano e si alimentano. L’esperienza di auto-accudirsi, ma soprattutto la capacità di nutrirsi positivamente senza deleghe o attese, consolida la propria autostima e facilita la comprensione di ciò di cui si ha davvero bisogno. Si impara così a selezionare le situazioni in cui l’altro può diventare un valore aggiunto e quelle che invece possiamo perfettamente gestire e vivere da sole”.

Quali sono i lati positivi dell’essere single?
“Sperimentare la propria competenza nel sapersi prendere cura di sé, regala energia e una serenità certamente maggiore rispetto a chi sente di non poter vivere senza un altro. Questo aiuta a scegliere con libertà cosa condividere, quando e con chi farlo. La coppia assume un altro significato: diventa uno spazio di incontro tra due identità separate, che non hanno la necessità di sovrapporsi in tutto e per tutto, ma, bensì, coltivarsi l’un l’altro, rispettando le reciproche peculiarità. Lo stare insieme dovrebbe poter essere un’esperienza che illumina le proprie caratteristiche, senza adombrarle o peggio ancora mortificarle”.

3 dritte per provare a farlo serenamente

1. Anche se sei in coppia, ritagliati sempre dei momenti in cui fare qualche attività da sola. Come andare al cinema o leggere un libro davanti ad un aperitivo. Il segreto per sentirsi felici nel farlo? Imparare a guardare a questa “scena” come piena, ricca e riempitiva. Non è da “sfigate”: ti stai coccolando, dedicandoti del tempo.

2. Se stai chiedendo (o aspettando) il supporto del partner per qualcosa, prova a domandarti se davvero non sei capace di realizzarlo da sola. E quindi prova comunque a farlo con uno spirito positivo per testare le tue competenze e le tue abilità.

3. Immagina di avere “una bambina” (te stessa) di cui prenderti cura quotidianamente. Questo stratagemma può aiutarti ad allenare l’ascolto attivo verso i tuoi bisogni, senza trascurarli o sbilanciarti troppo su quelli del partner.

RIP

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