CIAO FACEBOOK: PERCHE’ OGNI TANTO FA BENE SPARIRE

 

(articolo pubblicato su D.it)

Non presenziare a tutti i costi, non essere sempre sotto i riflettori, non darsi in pasto in continuazione ai social media, con status e selfie, può essere più salutare di quanto s’immagini. A suggerirlo è il saggio del filosofo francese Pierre Zaoui, “L’arte di scomparire” (Il Saggiatore), che elogia il vivere all’insegna della discrezione, come una forma sana di dissenso rispetto alla società odierna, dove l’apparire predomina sull’essere. Perché essere discreti, secondo l’autore, non solo è possibile, ma è la vera anima della modernità, grazie alla giusta alternanza nel mostrarsi e nel nascondersi. Ne abbiamo parlato con la psicoterapeuta Maria Claudia Biscione, per capire perché è sempre più diffuso l’impellente bisogno di mostrare continuamente agli altri quello che si fa, mettendo in piazza la propria vita, e quanto, invece, è importante dosare la nostra presenza, per vivere la privacy in modo sano, riscoprendo il gusto di prendere le distanze da tutti per ritrovare la misura di se stessi.

Secondo le ultime ricerche, in Italia siamo connessi ai social per più di due ore al giorno. E quando ci stacchiamo dal computer, usiamo i dispositivi mobili per controllare il nostro profilo e quello che stanno combinando i nostri amici online. Insomma, sembra che facciamo sempre più fatica a stare da soli con noi stessi. Perché accade?
“Perché l’esserci è diventato l’essere. La continua pressione a un’esposizione pubblica ha, via via, reso sempre più indispensabile il bisogno di una vetrina mediatica come luogo in cui rispecchiarsi, per vedersi, riconoscersi e soprattutto definire chi si è. Gli altri, quindi, diventano coloro che sanciscono la nostra identità e decretano il nostro successo. Il numero di amici, di ‘mi piace’, di followers, stabiliscono così la cifra del proprio valore e del proprio grado di attrazione interpersonale”.

Il fenomeno dell’oversharing, cioè la condivisione sul web di ogni minimo dettaglio della propria vita privata con una platea spesso sconosciuta, è sotto gli occhi di tutti. Da dove nasce questa necessità incessante di mostrarci?
“Con la diffusione dei social network è aumentato il numero di comportamenti egocentrici, intesi come il bisogno impulsivo di attirare l’attenzione per sentirsi riconosciuti e apprezzati. Il canale della rete diviene un luogo privilegiato per soddisfare tale esigenza, in quanto l’enorme ‘pubblico’ disponibile, a prescindere dalla reale confidenza o qualità di rapporto, diviene il contenitore a cui attingere a proprio piacimento per avere rinforzo e gratificazione emotiva a costo zero”.

Questa bulimia di essere continuamente presenti, però, non sempre ci rende più amabili. Anzi spesso chi condivide troppi post rischia di diventare “unfriend” e di finire sulla lista nera…
“L’eccessivo presenzialismo porta a esporsi maggiormente al giudizio e alle valutazioni degli altri, per ciò che si pensa e per ciò in cui si crede, e quindi anche per le proprie debolezze e insicurezze, spesso evidenti proprio per il bisogno di essere sempre ‘al centro della rete’. Nelle ricerche sul divenire ‘unfriend’ si è visto, infatti, come l’eccessivo numero di post su argomenti che non attraggono interesse o peggio ancora, che sono valutati inutili, noiosi o fastidiosi per la sensibilità dell’interlocutore, favoriscono il desiderio di “’ogliere l’amicizia’ con irrimediabili etichettamenti sull’altro”.

Quando è importante dosare la nostra presenza online?
“È fondamentale, perché tutto questo oversharing può sviluppare un bisogno così urgente e necessario, da strutturare una vera e propria dipendenza o compulsione. Quando poi la connessione è sempre disponibile, può esserci un altro rischio chiamato ‘phubber’, che sta a indicare l’impulso a maneggiare costantemente il cellulare, snobbando la persona che si ha davanti o la situazione che si sta vivendo. Questo smanettare senza tregua, questo perdersi nel web, porta a un distanziamento emotivo dagli altri, ma anche verso se stessi, perché la continua distrazione non fa vivere appieno le sensazioni e le emozioni che si stanno sperimentando in quel momento”.

E nella vita reale?
“Chi è troppo schiavo del presenzialismo sociale dovrebbe ricordarsi, per dirla alla Nanni Moretti, che si può essere ‘notati di più nel non partecipare’. L’essere costantemente in prima linea negli eventi, nelle celebrazioni, poco aggiunge all’esperienza personale, perché non necessariamente arricchisce e nutre emotivamente e, spesso, non migliora la qualità dei rapporti personali. Il pericolo è di abituarsi a interazioni vacue e superficiali e di accrescere il fraintendimento, in cui si confondono i conoscenti con gli amici”.

Che valore ha oggi la discrezione?
“La discrezione è un valore di per sé. Riguarda il rigore con cui diamo importanza alle cose e regola il rispetto con cui trattiamo e connotiamo di significato ciò che riempie la nostra vita. Selezionare quello che si espone e si sottopone agli altri, necessita di una riflessione e di una valutazione intima delle priorità che diamo alle nostre emozioni. La discrezione diviene così un allenamento al proprio senso del pudore e un aiuto per non cadere nel ridicolo, rischio frequente, a volte inconsapevole, che si corre quando ci si espone sfrenatamente agli altri”. 

Serve o no staccarsi ogni tanto da tutto e da tutti?
“Qualche volta una bella immersione tra sé e sé, risulta indispensabile e rigenerante. L’intimità con se stessi, può servire a riflettere e a ritrovare il giusto ascolto dei propri bisogni e delle proprie emozioni. Lontano dal caos relazionale, i sensi si riattivano e si migliora la connessione con il proprio intimo, così il dialogo interno può riaccendersi. E soprattutto ci si può concedere il tempo per rafforzare la capacità di auto-accudirsi, di rimanere su quello che realmente desideriamo e su come ci valutiamo. Il fine è di comprendere meglio quanto gli altri, seppur importanti, non possono essere il centro del proprio equilibrio, che invece è indispensabile trovare dentro di sé”.

Come si fa a vivere in modo sano la nostra privacy, passando momenti di completa solitudine senza nessuna connessione?
“Ritagliandosi spazi in cui riprendere contatto con ciò che ci appassiona: leggere un libro (non sul tablet!), guardare un film, fare una passeggiata, riempire gli occhi con paesaggi naturali, fermarsi semplicemente a osservare chi ci sta intorno. Insomma, ogni tanto farebbe bene smetterla di cercare all’esterno in modo bulimico l’approvazione, per imparare a rilassarsi, a disintossicarsi dalle interazioni ‘rumorose’ e poco intime. Semplicemente fermarsi, per lasciarsi sedurre e stupire da stimoli diversi, che ci fanno riscoprire l’autenticità delle cose attorno a noi”.

Quali sono i benefici che apporta?
“Vivere per davvero il ‘qui e ora’ di ciò che sta accadendo, aumenta la capacità di fissare l’esperienza. Molti studi ormai dimostrano quanto il ricorrere a selfie o video per immortalare momenti unici e irripetibili, non solo non li imprime adeguatamente nella memoria, ma produce l’effetto opposto. L’emozione associata a un evento è un fattore primario nel costruire e ‘fermare’ il ricordo. Quando lo deleghiamo allo smartphone, non solo ci distraiamo dal vivere quelle sensazioni, ma rendiamo quell’esperienza più labile, più esterna alla memoria e quindi meno accessibile in futuro”.

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