Mi sono innamorata di un uomo a “progetto zero”

(articolo pubblicato su D.it)

Ti seduce, ti fa provare emozioni infinite ma non vuole impegnarsi in una storia seria. Mai. Abbiamo chiesto alla psicosessuologa come riconoscere questo tipo d’uomo, perché ci innamoriamo di loro e se si decide di perseverare, come gestirli. E poi a Federica e Valeria di raccontarci la loro storia. Senza lieto fine

Mi sono innamorata di un uomo a “progetto zero”

Bianca è una donna di successo della Milano bene, con alle spalle un matrimonio evaporato. Walter invece vive su una barca ormeggiata in un porto e se sente parlare di nozze gli vengono le bolle. Si incontrano in un villaggio turistico in montagna, dove lui lavora e lei è in vacanza, e tra di loro scatta la scintilla. Walter mette subito le carte in tavola: non vuole una storia né un futuro con lei. Può solo darle dei momenti rubati alla sua vita solitaria, dove l’impegno stabile con una donna non è contemplato. Al di là di ogni aspettativa, Bianca accetta di vivere questa liaison, che non ha voglia di crescere nel tempo, con la certezza che lui cambierà idea, che sarà il vero amore della sua vita. E forse il tempo le darà proprio ragione, dimostrando dove si può arrivare con il cuore quando la testa spinge nella direzione opposta. È questa la storia vera, struggente, divertente e appassionata raccontata dalla penna di Elvia Grazi. Il romanzo si chiama “Lasciami contare le stelle” (TEA), in libreria dal 23 ottobre. Ma cosa muove una donna, quando si innamora, ad accettare delle relazioni con degli uomini che non vogliono nessuna progettualità, non ascoltando nemmeno i consigli di chi le è intorno a lasciar perdere perché non c’è futuro? Ne abbiamo parlato con Maria Claudia Biscione, psicosessuologa presso Ospedale Israelitico di Roma.

Partiamo da una definizione di uomini a “progetto zero”. Come si riconoscono?
In genere sono di due tipi: quelli espliciti nella difesa del loro disimpegno e quelli impliciti, che si defilano dai progetti di coppia senza però mai dichiarare veramente la loro non-intenzione. Di solito non prendono mai l’iniziativa per nuovi step relazionali; vivono bene e con entusiasmo nel “qui ed ora” del rapporto, ma si irrigidiscono o svicolano lì dove la partner spinge per un passaggio di livello. Possono apparire fieri e “strafottenti” nel loro approccio relazionale, ma anche ambigui e subdoli nel rifiutare qualunque responsabilità.

Cosa spinge una donna a sperare anche quando si sente dire: “non ti innamorare”, “io non voglio una storia seria”, “non sono fatto per i legami”?
Una delle più potenti caratteristiche dell’animo femminile è “l’illusione sentimentale”, quella straordinaria capacità di idealizzare, romanzare e manipolare i dati di realtà a proprio vantaggio emotivo. Il no diventa forse, il forse diventa sì e il sì diventa assoluto. Con questo tipo di griglia interpretativa, capita sovente che, di fronte ad un uomo con scarsa propensione al legame, ci si incaponisca con un’idea che oscilla tra l’ ”io ti salverò” e “come me nessuna mai”. Entrambe pericolose, perché muovono ad un progetto sentimentale in cui la forza è data dal proprio impegno motivazionale e capacità persuasiva, piuttosto che dalla reale qualità relazionale. Insomma, anziché leggere i dati di reciprocità, attenzione e dedizione dell’altro, le donne che si ostinano in questi rapporti, finiscono per dare più importanza a quanto l’altro “vacilla” grazie alla loro tenacia.

Perché ci si innamora di un uomo così?
“In amor vince chi fugge” e il rincorrere l’altro attiva spesso l’adrenalina data dalla caccia (che vale per entrambi i sessi!), in cui più è rara o difficile la preda maggiore è il livello di eccitazione e gratificazione nel raggiungimento dello scopo. L’altro diventa “speciale”, proprio in quanto inafferrabile e irraggiungibile. E tutti gli stati d’animo che la conquista comporta, anche se per lo più sono ansiogeni e destabilizzanti, vincono sulla quiete e sulla serenità di una relazione più lineare, perché fanno sentire più vivi.

E perché alcune donne ci ricascano? Che tipo di donna è quella che vuole un potenziale partner di questo tipo?

Dipende, perché un conto è avere un “curriculum sentimentale” con tutti uomini a “progetto zero”, altro è esserci incappate raramente. Nel primo caso è plausibile che ci sia una scelta inconscia, dove il “capitano tutti a me” diviene uno scudo funzionale al non mettersi mai in gioco e ad usare un alibi potente dietro cui nascondere le proprie paure, insicurezze o motivazioni di cui non ci si assume la responsabilità. Nel secondo caso, invece, ci si è solo innamorate dell’uomo sbagliato e la durata della storia dipenderà da quanto si è centrate su di sé e su quello che si sente di meritare e volere da un rapporto, piuttosto che da una, spesso sterile, sfida con se stesse sulla propria capacità di conquista.

Quindi forse non ci si vuole impegnare in fondo?
Spesso, psicologicamente, per le donne che hanno paura di lasciarsi andare, ma soprattutto che hanno forte dentro di sé il fantasma dell’abbandono, gli uomini a “progetto zero” appaiono una tentata soluzione molto efficace. Nel senso che il livello di sofferenza che può generare un rapporto così instabile, è comunque più gestibile del terrore che può causare l’idea di un abbandono dopo un reale investimento. Lasciarsi coinvolgere da un uomo che non vuole vincoli, è come coinvolgersi a tempo, un tempo definito in cui interiormente si è perfettamente consapevoli che la storia finirà ed è questo il dato di “controllo emotivo”. Il “per sempre”, tanto ambito, diviene spesso il reale elemento che terrorizza, perché, se ci si crede per davvero e si viene poi deluse, si ha come la sensazione di “sgretolarsi” intimamente.

Cosa si prova ad avere a che fare con un uomo a progetto zero?
Spesso una grande frustrazione condita con alcuni picchi di entusiasmo, dovuti, magari, ai rari accenni di disponibilità, che aprono un varco di illusione o speranza che si può ancora “vincere” la partita. È chiaro che lo stato emotivo di base sarà fatto di poca serenità e di un continuo stato di allerta su cosa fare, come rispondere e quali nuove mosse o strategie sperimentare per tenere a sé l’altro.

I rischi che si corrono quali sono? Fare tutto da sole?
Quello più frequente è di rimanere bloccate e imbrigliate dentro questo coinvolgimento sentimentale, in cui tutto ciò che è al di fuori viene annullato, trascurato, in nome di un’assoluta focalizzazione di energia sulla “storia-non storia”. Maggiore quindi sarà il deserto affettivo, amicale, relazionale, che ci si è costruite attorno, più difficile sarà recuperare pezzi di sé e riprendersi dopo l’inevitabile fine della relazione.

Una volta deciso di viversi storie così, qual è il modo più sano per gestirle?
La migliore strategia di sopravvivenza è quella di costringersi a modulare l’investimento, nel senso di mantenere una parte del proprio spazio da dedicare agli amici, ai proprio interessi e se stesse. Tenere, infatti, aperta una finestra sul mondo, aiuterà a fare meglio dei bilanci, a valutare la situazione con più maturità e soprattutto a non farsi fagocitare dal vortice oscuro del rapporto. Può essere utile, inoltre, fare una lista concreta dei benefici e delle frustrazioni quotidiane che l’altro ci procura, così da rimanere meglio in contatto con la specificità reale di questa relazione, ma soprattutto per non perdere mai troppo la centratura con i propri bisogni e con le proprie emozioni.

2 STORIE DI DONNE CHE HANNO VISSUTO STORIE SIMILI

Federica, 35 anni, logopedista
Gianni veniva da una lunga storia e quando l’ho conosciuto stava provando a dimenticare la sua ex facendo “chiodo schiaccia chiodo”, ovvero passava da una donna all’altra senza metterci il cuore. Non voleva nessun impegno, neanche con me. È nato tutto in modo così leggero e giocoso, che ho pensato fosse un suo freno momentaneo, il tempo gli avrebbe fatto capire che con me può essere diverso. Me lo sono ripetuto per mesi, ingoiando bocconi amari quando spariva per giorni, quando davanti alle mie richieste di fare un passo avanti nel nostro rapporto mi rispondeva che non era il momento giusto: “in fondo non stiamo bene così?”. Sì stavamo bene, perché prendevamo il lato più ludico dell’altro, perché la tensione tra di noi continuava ad esserci e io tutte le volte che lo vedevo assaporavo il momento come unico, ma in cuor mio ero terrorizzata di non vederlo più. Dopo un anno ho alzato bandiera bianca, mi sono detta che mi stavo solo prendendo in giro: volevo stare dentro una storia vera e lui non avrebbe mai cambiato idea. È stato difficile, perché Gianni ha continuato a tentarmi con sms e chiamate, ma ero stufa dei suoi tentennamenti e decisa a realizzare i miei veri desideri, senza avere più paura di barattarli con dei compromessi.

Valeria, 39 anni, avvocato civilista
L’ho conosciuto online, mi aveva trovata tramite amicizie comuni. Non ho mai amato la virtualità, ma con Fabio era diverso. Lui di Milano, io a Roma, era l’unico modo per sentirci. E lo facevamo per tutta la giornata, tra mail, sms e video chat. Dopo un mese, sfrutto una trasferta di lavoro nella sua città come un’occasione per incontrarci. Eravamo entrambi emozionatissimi e dopo una cena finiamo a fare l’amore tutta la notte. Al mattino, mentre mi teneva tra le braccia, mi ha detto che non dovevo fare affidamento su di lui. Non solo per la distanza, ma perché in quel momento non voleva una storia. Doveva concentrarsi solo sul suo lavoro: aveva deciso di aprirsi una sua agenzia di grafica e doveva focalizzarsi solo su quello. Non me l’aspettavo, mi ha fatto male, eppure gli ho detto solo: “va bene”. Sono tornata a casa con un peso sullo stomaco, non c’era futuro, oltre che tante complicazioni, era meglio chiudere. Ma non ce l’ho fatta. Ho continuato a sentirlo e a vederlo, accontentandomi di attimi invece che di una relazione, perché senza di lui tutto perdeva colore. Ero innamorata e credevo che a lui servisse tempo, che viaggiassimo solo con due velocità diverse. Siamo andati avanti così per due anni, io mossa dalla speranza, lui dalla mia disponibilità ed accondiscendenza. Alla fine ero così stremata e delusa da me, che sono riuscita a mettere un punto. Volevo un uomo a tempo pieno, un figlio, una stabilità. Per l’ennesima volta mi ha detto che non se la sentiva. E lì ho capito che non me la sentivo più neanche io di continuare ad illudermi. Ho trovato la forza di sparire, perché non volevo più rimandare la mia felicità sentimentale e soprattutto demandarla a chi non voleva costruirla assieme a me.

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